
Di emergenza ambientale si parla con toni sempre più drammatici. Superata la fase in cui i media davano ancora spazio a chi minimizzava il problema, oggi è molto più difficile essere ottimisti. Si sta diffondendo la consapevolezza che esiste un limite alla capacità della terra di offrire alla sua popolazione standard di vita dignitosi, se non si modifica drasticamente il nostro modello di sviluppo.
I dati più recenti sono davvero allarmanti: da un lato si intravede l’esaurimento delle risorse naturali non rinnovabili (tra cui i combustibili fossili); dall’altro le produzioni agricole destinate ad alimentazione (umana e animale) e a usi energetici sono costrette a contendersi risorse sempre più limitate, quali la terra coltivabile (in rapida diminuzione) e l’acqua, il cui fabbisogno nell’ultimo secolo è più che raddoppiato.
Ciò che oggi preoccupa di più sono le emissioni di CO² in atmosfera prodotte dall’attività umana, che contribuiscono in modo determinante al cambiamento climatico: secondo gli esperti dovremmo ridurle del 90% entro il 2050, mentre al momento ne produciamo il 3% in più all’anno.
I modelli previsionali indicano che, se non si effettua una drastica riduzione, la temperatura media del pianeta rischia di aumentare di quattro gradi entro 50 anni. Questo avrebbe effetti catastrofici sull’agricoltura (e quindi sulla sicurezza alimentare) e sulla disponibilità di acqua, alterando il nostro mondo al punto da renderlo incapace di sostenere la vita, così come noi la intendiamo oggi.
La soluzione a un problema talmente complesso implica un impegno collettivo, che comprende non solo le istituzioni, globali e nazionali, ma anche i cittadini e le imprese. In particolare, per quanto riguarda queste ultime, è indispensabile che trovino nuove modalità di operare che siano realmente sostenibili, soprattutto in termini di emissioni e consumi (sia energetici che idrici): pena la sopravvivenza del loro stesso business.