Stakeholder e rendicontazione

Per troppi anni si è pensato che la responsabilità sociale delle aziende andasse dimostrata mettendo in atto attività utili per la collettività, scelte in modo del tutto autonomo (spesso autoreferenziale), grazie alle quali controbilanciare gli eventuali effetti dannosi del proprio
agire irresponsabile.

La crisi economica scoppiata nel 2008, e ancora prima gli scandali finanziari e le emergenze ambientali, hanno dimostrato invece quanto sia superficiale parlare di responsabilità senza
prima valutare se, da parte dell’impresa, vi sia reale consapevolezza di essere parte di un sistema più ampio, con il quale si è disposti a interagire su un piano effettivamente paritario. Senza questa consapevolezza è difficile che le scelte aziendali, e quindi le azioni, possano avere impatto sociale ed essere testimonianza di un impegno.

Questo cambio copernicano di prospettiva, che inevitabilmente toglie centralità all’azienda e la riconduce all’interno di un sistema più complesso, non solo comporta una rivisitazione radicale di molti processi e strutture dell’organizzazione, ma determina anche una radicale evoluzione culturale del management.

Uno sforzo di tale importanza deve necessariamente basarsi su uno scambio e un aiuto reciproco tra l’azienda e tutte le altri parti che con essa interagiscono (stakeholder), perché senza un processo dialogico fondato sull’ascolto è impossibile individuare le soluzioni migliori e trovare le motivazioni sufficienti a porle in essere.

L’impegno è rilevante e richiede forti investimenti organizzativi, ma non c’è altra strada per travalicare i confini angusti delle tradizionali funzioni aziendali e traguardare obiettivi di lungo periodo, che concilino gli obiettivi aziendali con uno sviluppo sostenibile.
In questa prospettiva, definire in modo puntale i propri stakeholder e organizzare i canali più efficaci a favorire lo scambio di informazioni, finiscono per essere i prerequisiti della responsabilità sociale.

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